Il libro
vuole essere un omaggio a Nulvi e ai Nulvesi. Narduccio Dessole, che ne è
l’autore, lo declama fin dalla prima pagina. A chiare lettere e a scanso di
equivoci.
Narduccio,
che è anche un caro amico di vecchia data, è stato sindaco di Nulvi per due
legislature. Col suo primo mandato (nel 1965, egli era il più giovane sindaco
d’Italia), Nulvi è stato un modello per gli altri centri dell’Anglona. Ha
aperto la strada al rinnovamento, favorendo la comparsa di una nuova
generazione di amministratori. Che, negli anni successivi, si sono insediati
prima a Sedini, poi a Chiaramonti, Martis, Laerru, Bulzi e così via. In
breve: il suo paese era diventato una sorta di laboratorio politico
interessante. Dove, mi piace sottolinearlo, sono state anticipate soluzioni
poi adottate in campo nazionale.
Docente
di matematica prima e dirigente scolastico poi, Narduccio Dessole ha praticato
il giornalismo per qualche decennio, si è arricchito ulteriormente con
l’esperienza politica e sindacale, in aggiunta a quella amministrativa.
Quindi si è trasferito a Olbia; ma lasciando a Nulvi un bel pezzo del suo
cuore. E continuando a lavorare a un vecchio progetto: quello di far conoscere
i Candelieri anche ai non nulvesi. Con l’ambizione di trasmettere ai lettori
sensazioni ed emozioni che, di certo, non può provare chi nulvese non è.
Almeno, così io credo.
Il
libro si apre con la presentazione e prosegue con una serie di notizie di
carattere generale sul paese, le sue tradizioni e la sua storia; per poi
passare alla illustrazione dei candelieri e di tutto ciò che con questi ha
avuto e ha a che fare. Si tratta, come sottolinea l’autore, di una serie di
racconti che si snodano fra storia, cronaca e leggenda, seguendo la
processione dei ceri nulvesi. L’essenza non sta tanto nel candeliere, quanto
nelle persone che lo trasportano. Oltre che in coloro che assistono alla
manifestazione. L’espressione dei volti, lo sforzo sempre notevole e gli
incredibili motti verbali, espressi sempre con linguaggio colorito,
manifestano devozione e orgoglio a un tempo. In sintesi: è questa la nulvesità.
Nella
circostanza, Narduccio Dessole è attore e spettatore, cronista e protagonista
di una avvenimento che è l’anima stessa di questo paese dell’Anglona. E
poi, ammonisce, i nulvesi non sono mai neutrali, quando si tratta di
candelieri. Ma non lo sono, aggiungo io, nemmeno quando si parla d’altro, se
riguarda Nulvi!
La
narrazione si apre con l’analisi della situazione attuale: Nulvi, paese
sempre più bello, ma sempre più triste. Un paese che non esercita più in
Anglona la leadership di un tempo. Costretto in un angolo da una rete viaria
disegnata per collegare i poli amministrativi, industriali e turistici;
vittima di una geografia dei trasporti programmata e realizzata passando
sempre sulle teste delle amministrazioni locali. Né l’agognata costituzione
di un organismo comprensoriale tutto anglonese è stata capace di risolverne i
problemi. Anzi! li ha aggravati.
Ma
veniamo alla ragione del libro: i candelieri. I quali hanno certamente una
matrice toscana che, segnatamente, viene ricondotta a Pisa. Sono tre, in
rappresentanza di altrettante corporazioni: messajos (agricoltori), mastros
(artigiani) e pastores (allevatori). I tre ceri sfilano, nella vigilia
di Ferragosto, secondo un cerimoniale rimasto immutato nel tempo. Che non ne
ha scalfito il fascino e che non ha attenuato il coinvolgimento popolare. Si
tratta di una cerimonia solenne; ma che ha per celebrante il popolo. Un po’
come nella sagra spagnola di San Firmin.
Inizia
la sfilata, dopo la breve parentesi della benedizione del parroco, che non
manca mai di raccomandare ai portatori (inutilmente, per la verità) di non
esagerare con quelle espressioni tipicamente nulvesi e che dei candelieri
hanno contribuito a fare la storia e la leggenda.
L’autore,
come un buon regista cinematografico, dopo una carrellata iniziale, fa una
zoomata sui candelieri e su chi li trasporta, descrivendo volti tesi e
grondanti sudore, muscoli contratti nello sforzo immane, sotto il peso del
candeliere. Quindi abbiamo la descrizione dell’attraversamento del centro
storico, lungo un itinerario sempre uguale nel tempo. Qui Narduccio ricorre
alla tecnica del flash-back. E così, mentre segue i suoi candelieri,
ripercorre con la memoria storie di luoghi e di personaggi cari alla memoria
dei nulvesi. Compare così la figura di zio Baingio Mara, il non dimenticato
artigiano che, negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, provvedeva
personalmente, era l’unico esperto in materia, a ricostruire i tre
candelieri. Che, allora, venivano fatti a pezzi al termine della festa, per
essere ricostruiti, pressoché per intero, nell’anno successivo. La
consuetudine voleva che obrieri, portatori e fedeli se ne portassero a casa un
frammento a mo’ di reliquia. Quindi riaffiora nella mente il nome di
Bingetto Cossu che, tradito dal suo cuore generoso, è venuto meno anzitempo,
lasciando un vuoto nel comitato organizzatore de Sa essida ‘e sos
candeleris (la sfilata).
Il
percorso attraverso le vie del centro storico passa per Funtana Rosa, Su
Monte Granaticu, Cunventu ‘e Subra, Sa falada ‘e sos candeleris che,
fino a qualche anno addietro, costituiva il vero banco di prova per i
portatori, pur abili e robusti. La memoria corre anche a una delibera del
podestà, che disponeva nel 1925 l’intitolazione di una via a Benito
Mussolini. Col conseguente acquisto di targhe in ceramica; che, invece,
nessuno provvide a murare.
Prima di
concludere la processione con l’entrata in chiesa, una sosta d’obbligo
davanti alla casa comunale, per un ultimo brindisi. Quindi lo sforzo finale:
l’ingresso in chiesa. Ancora una volta, dunque, tutto è finito bene. Gli
auspici sono buoni. Stanchi e affaticati, ma contenti, portatori e spettatori
si scambiano applausi, pacche sulle spalle, abbracci, strette di mano e... un’ater’annu
mezus!
L’autore,
mi preme sottolinearlo ancora, è attore e spettatore, cronista e protagonista
della manifestazione. Che egli vuole raccontare agli altri; ma con occhio
nulvese. Narduccio Dessole si lascia coinvolgere nella scena istintivamente,
ma consapevolmente; sembra andare alla ricerca del proprio tempo perduto.
Soprattutto ora che, da Nulvi, egli vive lontano. Sarà una mia impressione;
ma credo che sia proprio così.
Il
libro, stampato a cure del Comune, della Comunità Montana n. 2 e del L. C.
Castelsardo, è stato presentato a Nulvi il 13 Agosto 2003. Il bel salone di Cunventu
‘e giosso era gremito di un pubblico attento e
interessato. Che non ha mancato di manifestare calorosamente affetto
per l’autore e consenso per chi ha sostenuto con entusiasmo l’iniziativa:
il sindaco Roberto Luciano, l’assessore della comunità montana Gianni Pala,
l’editore Marco Fiori e il presidente del club Lions Mario Dessole. Manco a
dirlo, tutti nulvesi!
Chiaramonti,
31 Luglio 2005
Carlo Patatu